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venerdì 1 novembre 2019

[Recensione] LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE - Mark Haddon


Primo libro di Mark Haddon destinato agli adulti, LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE è una detective story avvincente e tenerissima, che ha fatto incetta di premi e conquistato milioni di lettori in tutto il mondo.
Ce ne parla oggi L'amichevole GM di quartiere, amico e collaboratore.

Genere: Narrativa contemporanea
Casa editrice: Einaudi
Data di Uscita: Maggio 2014
Prezzo: € 12.00 - Ebook € 6.99

Sinossi: Christopher Boone ha quindici anni e soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo. Il suo rapporto con il mondo è problematico: odia essere toccato, detesta il giallo e il marrone, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso delle persone, non sorride mai… In compenso, adora la matematica, l’astronomia e i romanzi gialli, ed è intenzionato a scriverne uno. Sí, perché da quando ha scoperto il cadavere di Wellington, il cane della vicina, non riesce a darsi pace. E gettandosi nel «caso» con la stessa passione del suo eroe Sherlock Holmes, finisce per portare alla luce un mistero piú profondo, che gli cambierà la vita e lo costringerà ad addentrarsi nel mondo caotico e rumoroso degli altri. 

Primo libro di Mark Haddon destinato agli adulti, LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE è una detective story avvincente e tenerissima, che ha fatto incetta di premi e conquistato milioni di lettori in tutto il mondo.



Ho letto Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte.
Il libro è scritto da Mark Haddon e pubblicato in Italia da Einaudi il 28 maggio 2013. Voglio essere sincero: non conoscevo per nulla l’autore prima di leggere questo romanzo ma ne sono rimasto affascinato.

Il libro racconta la storia di Christopher Boone, un ragazzino di quindici anni che soffre della sindrome di Aspenger, una forma di autismo. Lui non vuole essere toccato, non sopporta i rumori, la folla, odia il giallo e il marrone e si arrabbia molto se i mobili in casa vengono spostati; in compenso adora la matematica, la fisica e riesce a risolvere a mente e con estrema facilità anche le equazioni più complesse. Inoltre Chistopher ha un sogno: diventare un astronauta.
Esce spesso di notte per poter osservare le stelle e muoversi per il paese di Swindon senza essere attorniato dalla calca.
Durante una di queste uscite nota che il cane della vicina di casa, Wellington, giace immobile al suolo con un forcone conficcato nel fianco.
Immediatamente corre dal cane ma solo per constatarne la morte. Da quel momento si immedesima nel suo personaggio di fantasia preferito, Sherlock Holmes, con l’intento di scoprire chi sia il colpevole dell’omicidio di quel povero animale.

Quello che mi ha colpito molto di questo libro è che è scritto interamente dal punto di vista di Christopher, le difficoltà che deve affrontare, il bombardamento constante di stimoli a cui il suo cervello è sottoposto, quegli sparuti momenti tranquilli che riesce a ritagliarsi. Una delle parti più significative è probabilmente quando racconta il suo sogno preferito, quello cioè in cui gli esseri umani sono tutti morti a causa di un virus che si trasmette attraverso lo sguardo. E quindi al mondo rimangono solo le persone che come lui non riescono a guardare in viso gli altri. Il risultato è che può girare dove vuole senza preoccuparsi che altre persone lo tocchino o provino a parlargli, perché quelli come lui non cercano gli altri superstiti, semplicemente si godono il silenzio.

Stilisticamente il libro è molto facile da leggere, tempi brevi e un uso accurato della punteggiatura, unito a un lessico semplice fanno sì che la lettura scorra veloce e fluida, salvo che in pochi casi che andrò a specificare in seguito. L’intero libro è scritto sotto forma di dialogo fra il protagonista e il lettore, in cui il ragazzo racconta ciò che vede e ciò che prova durante tutto l’arco narrativo. Il racconto ci catapulta in un susseguirsi di vicende quotidiane facendole vedere attraverso gli occhi e le difficoltà di un ragazzino autistico.

La cosa che effettivamente colpisce molto è il modo incredibilmente realistico in cui l’autore racconta la mente di chi soffre di quella patologia, spaziando fra l’inaspettata genialità nel risolvere quesiti matematici universitari, la precisione nel voler sempre specificare la differenza fra una metafora e una similitudine o la frustrazione e la sensazione di impotenza di un genitore che non può nemmeno abbracciare il figlio senza che questo si metta ad urlare.

Quella che credo sia la parte più importante di questa lettura riguarda proprio ciò che ti lascia dentro. Leggere delle difficoltà che Christopher prova ogni volta in cui deve anche solo leggere un cartello stradale perché l’eccessiva quantità di scritte lo stordisce, il fatto che debba gemere in modo ritmico per riuscire a coprire e attutire il rumore devastante che sente e che per noi è solamente traffico, o il fatto che non riesca nemmeno a fare le cose più elementari come godersi una bella giornata perché persino il colore delle macchine in strada potrebbe rovinargliela è qualcosa di straziante. Immedesimarsi nel protagonista e nelle sue difficoltà ti lascia con la sensazione di non aver mai veramente apprezzato il fatto di poter fare quello che si vuole senza incorrere in quelli che, per un ragazzino che soffre della stessa patologia del protagonista, sono impedimenti a volte anche insormontabili.

Spesso Christopher si riferisce al suo cervello come a un computer, che non riuscendo a elaborare l’incredibile mole di dati che i suoi organi percettivi gli inviano, finisce con l’impallarsi e richiedere un reset per ripartire. Reset che a volte richiede diverse ore in cui il protagonista chiude gli occhi, inizia a gemere e a soffrire. E questa a mio parere è la cosa più simile a un incubo da sveglio che riesco a immaginare.

Insomma, una lettura che onestamente mi sento di consigliare a tutti.

A questo punto mi trovo nella spiacevole posizione di dover dare un voto a questo libro, e sarò sincero: a prima impressione sarebbe stato un 5 stelle, purtroppo però non posso che essere onesto con me stesso e con voi dicendovi che 5 stelle, cioè il massimo, non li vale. Ma voglio spiegarvi il motivo: il protagonista per estraniarsi dal mondo e “riposare” il cervello pensa e risolve enigmi matematici, nel libro ovviamente viene raccontato l’enigma e risolto con annessa spiegazione. Mi rendo conto che questo sia funzionale alla caratterizzazione del personaggio ed è utile per capire come funziona la sua mente, ma spezza inevitabilmente la narrazione. Succede davvero pochissime volte quindi non posso dire che a causa di questo il libro non sia fluido, ma quando succede è un po’ fastidioso. Non so se si sarebbe potuto fare meglio, so però che questo mi impedisce di dare il massimo voto possibile.

L’amichevole GM di quartiere.


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